martedì 12 agosto 2014

Il futuro dell'editoria secondo me (che sono un piccolo nessuno, ma ...(visualizza altro)

vedo il futuro dell'editoria come il presente della musica, una cultura fatta di hit e singoli e rielaborazioni, quindi se qualcuno volesse un consiglio mi gioco le balle che i due prossimi prodotti editoriali che vedremo sul mercato saranno:

1- il libro di citazioni:
solo aforismi, fuori contesto e divisi per macroargomenti, pronti per facebook.
completa l'opera un raffinato apparato di note con preziosi consigli su come valorizzare il layout della frase sul tuo wall.
son finiti i tempi in cui dovevi smazzarti un libro intero yo!

2- il tribute book:
tipo erri de luca che riscrive l'orlando furioso, accordandolo ovviamente alla sua sensibilità di artista e offrendoci una raffinata reinterpretazione del grande classico del rocker di inizio '500, per permettere al pubblico di vivere un vero e proprio viaggio nel tempo!
non mancate!

se qualcuno avesse quattrini da investire ci possiamo ragionare, fate sapere



tempo di lettura di questo articolo: 1:30min
ascolto consigliato: www.youtube.com/watch?v=wqOJD_TdIKY


domenica 16 marzo 2014

World War Z - Recensione in due punti


1- Tutte le volte che ho messo in pausa, Brad Pitt aveva la stessa espressione

2- Tutte le volte che si è visto un volto riflesso nello specchietto di un automobile, mi è sembrato Benicio del Toro

A parte questo, i film con i mostri mi piacciono sempre, quindi mi è piaciuto anche questo.


martedì 21 maggio 2013

Meraviglie e promozione.


Apparve una meraviglia, e l'uomo di fede parlò per primo "Dobbiamo ringraziare!".
Lo scienziato apostrofò "Ok, ma come è successo?" e il filosofo si chiese "Perché?".
Il poeta pensò che poteva descriverla in maniera tanto leggiadra che sarebbe stata amata comunque, ma ormai il promoter aveva mandato in stampa i flyer e per vederla (l'immagine proiettata dal vj, non quella vera) era obbligatoria la consumazione a undici euro al drink, e chi prima si poneva delle domande si rispose "Oh vabbè" e tornò a casa a gustarsi la tv del pomeriggio.




lunedì 4 marzo 2013

Una corazza.


Una corazza.

Sembra una cosa antica, ma oggi le cose antiche ci vanno a genio.
Come il ritorno del vintage, e le fiere del vintage e l'abbigliamento vintage, così siam liberi sfoggiare la nostra individualità freak, dalle foto si vede che spiriti liberi siamo.
Si sa che indossando occhiali simili a quelli di John Lennon se ne acquisisce automaticamente lo spessore.
Sì.
Ecco, forse mi piace il recupero del vintage tanto in voga, perché rende i fighetti aderenti all’iniziativa meno brutti da vedere. Butta via.
Comunque, la corazza.
Protezione d’altri tempi, ma finisce che l’usiam tutti, io, tu, noi, ché dentro siam molli, e sarebbe bello andare in giro a mostrarsi molli, ma i rischi son noti a tutti.
Magari non succede nulla, ma quando ti apri, a tutto ti apri, al bene come al male, e con quest’ultimo c’è poco da scherzare.
Passeggiamo in armatura, bella lucida, e chi ci guarda vede la propria immagine riflessa, perché l’armatura non cambia con noi, ma risponde a ciò che incontra.
E’ comoda e potresti non toglierla mai, se non fosse impossibile.
Impossibile, parolone, non so se sia impossibile, ma mi è successo ogni tanto di dover scegliere fra toglierla o non far entrare più nulla.
Non so come sia non far entrare più nulla, ma suona molto male e non vorrei scoprirlo, quindi tolgo l’armatura, e come sempre mi rimprovero per aver dimenticato la brutta sorpresa.
Sotto il ferro battuto ho ancora una pancia molle.
Guardo gli altri, spaesati come me, e mi ricordo che siamo stati protetti.
Che la corazza fosse il bel vestito liscio con cravatta, o la faccia di culo che si monta al mattino, ha fatto lei tutto il lavoro, ogni giorno, fino a che abbiamo smesso di farci caso, convinti di esser duri come il nostro carapace.

Un anziano canuto mi disse:
“Avevo la miglior corazza, ma un mattino ho voluto nuotare.
Indovina un po’, dove son finito.”
“E’ un pensiero molto saggio. Grazie, Osho.”
“Sono Tiziano Terzani.”
“Ah. Scusa.”

E vorrei essere più forte, ogni giorno lo vorrei, ma forse è meglio diventare più flessibile.




venerdì 15 febbraio 2013

LaStagione S01E01 - Ciccione


Ciccione.
L‘unica cosa che hai detto è stata “caffè”, nonostante io ti abbia sorriso un “buongiorno”, ti trovi già in deficit, sul piano della cortesia, ma non fa nulla.
Ti faccio il “caffè”, lo poggio sul bancone, caldo e profumato, l’aroma si spande, e tu dici la tua seconda parola, “macchiato”.
Va bene, è una richiesta normale (anche se diventa sempre piu' evidente l’assenza del perfavore), ma farei quasi notare che “macchiato” andrebbe detto subito dopo “caffè”, essendo un’indicazione utile alla preparazione del caffè come piace a te.
Ciccione.
Sto macchiando il caffè nel momento sbagliato, incrinando la piccola sequenza di azioni ben collaudate che mi permette di lavorare in maniera precisa, come piace a me.
Oggi son ventotto giorni senza un giorno libero, e andrà avanti così per un bel po’.
Ti spiego, così mi capissi.
Lastagione, come si dice in gergo, è un periodo (da fine maggio a inizio settembre nei casi piu' ordinari) di lavoro sine sosta, senza un giorno libero, anche se sul contratto c’è scritto che lavori tre ore ogni due domeniche (ammesso, e non concesso, che tu ce l’abbia, un contratto. In caso contrario il capo ti avrà detto qualcosa tipo “Non preoccuparti, è tutto in regola, puoi stare dietro al banco, ma se arriva un controllo tu sei un panino. Sisi. Digli così. Nega tutto. Capito? Bravo.”).
La cosa tende a renderti nervoso, e porta ad attaccarti a cose bizzarre, come la piccola routine lavorativa di cui sopra, sì?
Così, capito? Uno lavora un sacco, gli dicono che i giovani non channo piu’ voglia di far fatica, mentre tempo fa uno se gli davi mezza cipolla e un biglietto per il vaudeville ti tirava su un muro di tre metri, e ti verniciava lo steccato in segno di riconoscenza, ma tanto oggi non sapete nemmeno cosa voglia dire.
Ti girerebbero i marroni? Sì, te lo dico io.
Ecco appunto, uno lavora un sacco, almeno facciamolo lavorare tranquillino come piace a lui.
Ciccione.
Hai già aperto la bustina di zucchero, e tieni il lato aperto rivolto al cielo, appoggiando il gomito sul bancone.
Non mi permetto certo di pensare che tu voglia mettermi fretta, ma la tua posa, un pochino lo suggerisce, sicuramente.
Non mettermi fretta.
Ho molto caldo, dietro il bancone fornetto e macchina del caffè sono accessi e ronzanti, scaldano ancor di piu’. La macchina del ghiaccio e il frigo dei gelati, che a te offrono sollievo e refrigerio, sono per me fonte di tigna e caldoni. 
Ho sonno, ho aperto alle sette e sono le undici, e ho bevuto cinque caffè, uno ogni 48 minuti, quindi ho anche la cacarella, ma non posso andare in bagno perché son da solo.
Non mettermi fretta.
Non guardarmi così. Giuro che salto di là. Giuro che salto di là e ti infilo una tazza da cappuccino in bocca. Lo faccio. Ciccione.
Decido di perdere la calma.
Allungo il braccio oltre il bancone e lo afferro per un orecchio.
“Dimmi buongiorno, immediatamente, o te ne vai senza denti. Dimmelo.”
Tiro sempre piu’ il suo orecchio, le nostre facce si avvicinano, vedo lo sgomento che colora il suo viso, rendendolo simile a quello del mio cane quando alzo la voce.
La sua reazione mi suscita un ghigno, l’omone maleducato che mi stava di fronte è diventato un bambino grasso, alla mercé del bullo giustiziere.
Mi godo ancora un secondo la sua espressione, e pregusto il ceffone che gli smollerò fra un secondo.
“Perché mi fissa?”
La trance arcadica nella quale mi ero rifugiato svanisce.
Macchio il “caffè”.
Dico “niente, scusi” e gli servo il “caffè”.
Con una mossa istintiva mi piazzo dietro la macchina del “caffè”, nell’angolo cieco, dove nessuno può vedermi, e chiudo gli occhi un secondo.
Calma.
Ho sonno, ho caldo, devo fare la cacca, non so quando arriverà il cambio, ma almeno sono le undici, fino a pranzo ci sarà poco da fare.
Ciccione paga e si incammina verso lo sdraio.
Rollo una sigaretta, esco dal bancone portandomi dietro anche la scopa, tanto per fornirmi un alibi.
Fumo. Che bello fumare.